domenica 20 novembre 2011

Le religione della materia... '' through'' di emanuele gatto e francesca iaconisi



Attraverso. 
Attraverso la pelle. Attraverso il colore. Attraverso il silenzio. Attraverso l’anima . Solo e semplicemente ‘attraverso’, le cose smettono di essere cose e rinascono  come spirito dai mille colori imprigionati in trame indistruttibili.
Through è l’opera d’arte di due bellissime anime coraggiose i cui corpi portano il nome di Emanuele Gatto e Francesca Iaconisi.

Capelli ricci e sguardo profondo che spezza la montatura nera delle sue lenti, lui. Lunghi capelli e grazia da fata dei boschi, lei.
Insieme fanno scoppiare la scintilla di un’arte non convenzionale, gravida di sperimentazioni, fermento. Emanuele è l’arte, figlio di mille epoche che s’incontrano, così  parco di schemi , barriere cronologiche e rigidità; Francesca è la moda Silente, Sibilla di uno stile inesplorato e di ‘gratia pleno’, sarta di chilometri di stoffe introvabili nel quotidiano concitato e banale.


E insieme si uniscono in un amplesso di estetica e dinamica contemplazione.
Cari lettori, non vi sto raccontando un sogno, ma una mostra espositiva ospitata, da ieri sera fino al 30 novembre, al Rising Love, Associazione culturale sita nel cuore di Roma, dove locali e musica sembrano allontanare dai tumultuosi silenzi di una religione. La religione della materia che da sempre è letta come sinonimo di effimero, caduco, corruttibile.
Ma quando si parla di colori, pelle, tele, corpo… l’ accettazione della sua mera natura si evolve in emozione autentica, opera d’arte,  vibrazione.


Nell’ebbrezza primordiale di questa religione senza dogmi, Emanuele e Francesca hanno costruito il loro altare di fede e hanno recitato le loro preghiere d’arte nei video di Luca Contieri su musiche di Andrea Mangia (Populous) . Flusso di colori e accostamenti che dalla superficie nuda della pelle imprimono tele e attraversano trame, in un susseguirsi di dissolvenze e sovrapposizioni che passano continuamente dalla pelle al tessuto e dal tessuto alla pelle.

I video raccontano,  con movimenti sinuosi, lenti, delicatissimi e gonfi di forza i momenti di questa genesi creativa; momenti  immortalati, come in effigi sacre di un sacrificio catartico, nelle fotografie di Matteo Saccavino e Sabrina Zimmitti e nelle otto istallazioni di abiti- tele che piovono dal freddo soffitto di un locale fintamente dismesso.

Sono abiti e sono tele che, considerati come entità singole, rivelano la loro natura incompleta, per rinascere insieme in una nuova esistenza di complessa autosufficienza emotiva.
Lo spazio espositivo del Rising Love di riempie delle emozionate interpretazioni dei presenti, come se fossero indistricabili fili trasparenti che si avvolgono sulle tele volanti, per ritrovare in quelle sincronie di colore, il profumo della carne, della pelle e dello spirito di due sognatori.
Vi lascio con unabreve intervista ad Emanuele Gatto e Francesca Iaconisi e con una photogallery della serata.
   
Alla prossima avventura, miei cari lettori! 







Emanuele e Francesca, quando vi siete conosciuti?
E: Il nostro incontro artistico risale a un anno e mezzo fa. Io e Francesca abbiamo capito di avere moltissimi interessi in comune: entrambi ci concentriamo sul corpo e sulla relazione che la moda e l’arte hanno con questo.
I vostri video parlano di un corpo maschile e femminile che si toccano nel colore. Può il corpo trascendere la carnalità e la passione per diventare altro?
Emanuele sorride, Francesca risponde con piglio:
Sì, si può trascendere completamente la carnalità. In questo esperimentoi  nostri corpi non sono passione carnale, ma strumento di una nuova arte.
Le  vostre sperimentazioni  artistiche hanno trovato la loro realizzazione in  questa mostra suggestiva. Ma nel vostro intento c’è anche il desiderio di superare questo momento contemplativo ed estetico, per affrontare il mondo frenetico con un nuovo progetto?
F. Siamo partiti con THROUGH – esperimenti per iniziare un viaggio attraverso concetti e filosofie cari ad entrambi ; viaggio che in futuro ci porterà  sicuramente a realizzare progetti diversi… Chissà…
E. sì, perché l’esperimento per noi è la parte fondamentale di una poetica. Quindi, seguendo questa filosofia potremmo  curare tanti altri progetti più vicini alla moda, magari…
Francesca, tu sei già stilista e hai un tuo marchio, Silente: hai fruito di queste sperimentazioni per adattarle al mood e allo stile delle tue creazioni?
F. Sì, certamente: ho acquisito moltissimo da questo progetto con Emanuele, in termini di creatività e temi da sviluppare in una prossima collezione….In fondo, ogni mio abito è diverso dall’altro e nella sua unicità racchiude il senso di inimitabilità di un’opera d’arte, proprio come il prodotto artistico finale  di Through.
Quanto vi fa gola un eventuale  ingresso nel concitato mondo del Fashion?
E. Beh, direi molto. Ma, anche se un giorno entreremo in questo mondo, continueremo a considerare la moda più come Arte che come semplice ‘tendenza’.









sabato 19 novembre 2011

Un Fashion Aperitif con lo stilista Luigi Borbone nella leggenda di intramontabili ambiguità.



Miei cari lettori, oggi voglio raccontarvi una storia di Papi, stoffe e trasgressione, sperando possa appassionare anche voi.... 

 A Roma, all’incrocio tra via dei Querceti e via dei SS Quattro, c’è un’edicola votiva. La leggenda racconta che proprio qui, nel IX secolo il Papa Giovanni VII che fino ad allora aveva nascosto di essere donna, cadde da cavallo e partorì prematuramente un figliolo concepito con uno dei suoi tanti amanti, destando , nella blasfemia più orripilante, l’ira e la vendetta dei fedeli raccolti in processione. Di fronte al luogo in cui fu svelato il segreto indicibile di una donna ambigua, Luigi Borbone racconta, con abiti di originale sartorialità, la leggenda della sua donna che gioca a fare l’uomo, pur conservando la sua estrema sensualità e sessualità.
Al civico 21 di questa Via leggendaria, infatti, è situato lo showroom di Luigi Borbone, un giovane eclettico che, dopo aver conseguito la laurea in architettura, ha scelto di partire dalla sua infanzia in cui già imparò a tagliare stoffe, per costruire un futuro promettente nel mondo del pret a porter femminile.

Nel Fashion Aperitif di ieri sera,  il suo showroom era un'agorà di clienti e ‘addetti al mestiere del Fashion’, concentrati sugli stand di acciaio che lasciavano penzolare giacche, capospalla e abiti di una lodevole e interessante sartorialità, resi originali da forme e dettagli che non rientrano , fortunatamente, tra ‘ le cose già viste’. 
Ad accogliermi c’era un Luigi sorridente e pieno di sé e della sua arte, dallo sguardo bonario ma instancabilmente provocatore, in perfetta sintonia con un’atmosfera informale ma charmante e con una collezione di abiti eleganti, eppure poco ‘rassicuranti’. Eh già, lo stile di Luigi Borbone non è adatto ad una donna che vivacchia tra le righe del mondo, né per una che fa della trasgressione solo un eccentrico modus vivendi. La Donna che ispira Luigi Borbone è una donna che vive di corsa, si ferma a riflettere ed ama la sua sensualità senza mai giudicarla. 
<L'’ambiguità, anche sessuale, è la chiave di lettura della donna per cui creo. l’ambiguità è dentro di me. Non nascondo che io stesso, quando disegno una collezione, caccio fuori tutto il mio lato femminile ed è per questo che nel  doppio  donna uomo io trovo la mia ispirazione...>
E questo gioco di sesso e potere è evidente nell’attenzione meticolosa dello stilista alla realizzazione delle giacche della sua collezione a/i 2012: esse ricordano, infatti,  le divise militari, seppur femminilmente reinterpretate con galloni impreziositi e tagli che esaltano il punto vita e il decolté. Impressione che, nella mia piacevole conversazione intrattenuta con Luigi, trova la sua conferma nelle parole dello stilista:
 <La componente militare è molto presente nella mia ultima collezione a/i 2012; infatti mi sono ispirato ad  un film del 1974 di Liliana Cavani, ‘Il portiere di notte’ in cui si consuma una relazione sadomasochista tra un ex- ufficiale nazista delle SS che lavora come portiere di notte e una sopravvissuta al campo di concentramento di Auswitz. In una scena del film, in particolare,l’indumento maschile e militare indossato dalla protagonista in un gioco erotico tra i due, sprigiona una indescrivibile femminilità, accentuando l’estrema sensualità della protagonista>
Una dichiarazione che trasuda quell’intento provocatorio di cui lo stilista va fiero, sostenendo con coraggio che per lui provocare è un modo d’essere nonché il tentativo di svegliare la moda capitolina dal sonno della classicità per sperimentare nuovi stili.

  
Mi diverto moltissimo a sorprendere il pubblico e credo che proprio il pubblico romano debba comprendere che si possono trasgredire i canoni della moda, pur conservando eleganza e ‘normalita’. Il mio desiderio è quello di portare a Roma quella novità che oramai si ritrova solo sulle passerelle di New York,Milano, Londra, Parigi… Roma è eleganza classica, ma può essere anche altro e noi giovani possiamo sperimentare linguaggi all’avanguardia con cui comunicare una rinnovata idea di moda>


Ma quello di ieri era un Fashion Aperitif e pertanto non ho esitato  a consumare un canonico gin lemon, mentre la  sala interamente bianca, spiata da un volto disegnato di Marilyn Monroe, risuonava delle note delicate di un pianoforte. Tra la gente che s’incontrava, spulciava tra gli abiti il suo preferito e consumava drinks … si è fatto notare il volto splendido di Valeria Fiore, giovanissima attrice della fiction ‘Viso d’angelo’ che Luigi Borbone considera sua musa,  così come Yves Saint Laurent  fu ispirato da Catherine Deneuve.


Sembra proprio che lo stilista romano non si faccia mancare proprio nulla: testimonial, gin e quella giusta dose di coraggio e talento per lanciare sfide artistiche e concettuali  nelle sue schiette dichiarazioni e sulle sue disarmanti passerelle. 

Vi lascio con una fotogallery della serata....

























venerdì 18 novembre 2011

P.s.: Sister' s Mania!

P.S. Cari lettori, da oggi i miei articoli sul blog saranno alternati a dei Postum Scriptum, dei veloci P.S. in cui, con poche righe, vi terrò aggiornati sulle ultime bellezze o stranezze del variegato Fashion World...
Il primo P.S. è dedicato a questa inarrestabile' Sister's mania': dal santissimo matrimonio di Kate Middleton con il  principe William entra in gioco il ruolo - un bel po' fastidioso, direi- della 'sorellina /cenerentola' che fa da cornice alla Favola ma che poi sfonda questa stessa cornice per piazziarvi al centro con un bel sorriso smagliante. Sto parlando di Pippa, del suo amatissimo lato B (come se avesse solo lei un bel sedere) e della sua sensuale aria un po' trasgressiva che la differenzia dalla sorella (e ci credo: potrebbe mai Kate ballare il can can con la regina?!?).
Oggi leggo che dopo Pippa, dopo la sorella riuscita male di Belen, dopo Gabriella Carlucci...un'altra sorella prende sempre più spazio sulla scena: Lottie Moss. Eh sì, anche lei è stata notata al matrimonio di Kate Moss e, anche se tredicenne, per la sua bellezza è stata destinata ad una carriera più 'brillante' della sorella stessa...Già in rete girano, infatti, degli scatti della fanciulla in bianco e nero di Andrea Carter Bowman e il padre di Kate e Lottie sembra sfregarsi le mani dalla felicità!
Chissà  però come la prenderà (o cosa si inventerà ancora) la passionale e irruenta top model quando lo specchio che riflette la sua immagine da 37enne, le risponderà che 'la sua piccola sorellastra è diventata oramai la più bella del reame'... 

Amici miei, i tempi belli di solidarietà fraterna delle sorelle Kessler... non ritorneranno sono più;-) !

giovedì 17 novembre 2011

Sveliamo... il trucco!


Care mie lettrici di Fashion Art Break,
il viaggio di quasi tutte le donne nell'universo illusorio del maquillage contempla almeno tre grandi momenti:


Il primo è quello 'circense' : come dei simpatici e tenerissimi clown, già piccine non resistiamo a svuotare il beauty della mamma, sorella o zia per dipingere i nostri bei faccini con rossetti rossi, ombretti usati come fard e matite colorate per tentare di disegnare uno pseudo fiorellino sulle guance.

E' questa la fase più bella della vanità femminile, in cui 'truccarsi' è non è una necessità, ma il desiderio di 'giocare' ad essere grandi, per raggiungere quella bellezza ineguagliabile della propria madre. Ricordo ancora quando la mia povera e paziente zia, di ritorno dalla città, mi trovava ansimante davanti alla porta, pronta a sottrarle quei colori preziosi che la rendevano sempre così lontanamente forte, nel rosso di due labbra e nell'inspiegabile nero corvino delle sue lunghe ciglia.
Mi sporcavo le dita di colore e mi sentivo così bella, mentre lo specchio rifletteva un volto paffuto macchiato di cento colori...

Ma questa fase innocente di gioco e sperimentazione artistica, viene ben presto soppiantata dal secondo momento, quello 'seduttivo', in cui l'adolescenza ripudia il gioco per accogliere il 'desiderio di piacere', di catturare l'attenzione di un uomo con ciglia da cerbiatto, unghie da femme fatale e labbra scarlatte o per coprire quelle ribellioni epidermiche che affliggono questa età.


Quando va bene, ovviamente... Infatti spesso mi ritrovo dinanzi a maschere irriconoscibili e grottesche che non hanno nulla di quelle freschezza, libertà e espressività adolescenziali: è come se alcune ragazze non si accorgessero che la loro bellezza (più o meno accentuata) è così pulita, autentica e invidiabile, destinata a durare il tempo che dura, senza viaggi di ritorno.  Ricordo che proprio nella fase adolescenziale ripudiai fondotinta e colori cangianti per diventare dipendente da mascara e kajal. Volevo che i miei occhi ricordassero di più le terre d'Arabia, i suoi paesaggi caldi e incompresi, dove il sole abbaglia, non illumina. E passavo i miei momenti di vanità ad avvolgermi attorno al capo il foulard beige di mia madre, lasciando libero solo il mio sguardo.


Mie care lettrici di Fashion Art Break, lo studio del make up, se non professionale, implica solo un po' di buon gusto: così col tempo ho imparato a truccarmi poco (quasi nulla) di giorno e di osare un po' di più in occasioni importanti serali: se trucco i miei occhi col mio amatissimo kajal, ovviamente evito ombretti colorati, e se dovessi usarli, invece, evito di usare rossetti accecanti... un occhio molto truccato non convive facilmente con una bocca molto colorata, tranne che sulle passerelle, ovviamente!

Il terzo momento in questo viaggio femminile nel maquillage è, amiche mie, è quello che definirei  'necessario', quando il trucco è usato per attenuare i segni impietosi dell'età, come rughe e macchie senili della pelle. Questo non significa, evidentemente, conciarsi  in modo grottesco e innaturale  perchè, in tal caso, questo momento più che 'necessario' sarebbe piuttosto 'mistificante': coprire per nascondere un'età che c'è e che si vede, nonostante tre o quattro dita di trucco che appesantiscono il viso...



Non ci resta che giocare equilibratamente con colori e prodotti classici o originali, per regalare ai nostri volti un pizzico di luce in più, sempre corroborata dalla nostra vincente personalità...
Sveliamo il trucco di una bellezza sempre impeccabile: essere sicure del proprio charme (spesso più vigoroso di mille difetti), avere cura del proprio aspetto con piccoli 'trucchetti di bellezza', ma non esserne mai vittime...
A volte una donna può essere bella anche nell'imperfezione di una sbavatura di rossetto o di uno smalto rovinato dalla fretta di prendere il cellulare nella borsa...


Be imperfect, be yourselves, Be cool:-)





giovedì 3 novembre 2011

Quell'abito che vive un giorno solo...



Care amiche lettrici, ognuna di noi, per gioco, fantasia o progettualità ha pensato al giorno del proprio matrimonio almeno una volta nella vita… Al matrimonio di due cuori in una capanna con un sacco di juta addosso e un pasto al fast food non  crede più nessuno: ‘sposarsi’ significa ancora il coronamento di un amore, ma anche una concitata scelta di invitati, menu, intrattenimento musicale, addobbo floreale, bomboniere, confetti, damigelle, testimoni e, soprattutto dell’ Abito nuziale!...Sacra veste per la quale immoliamo i nostri risparmi, consapevoli che potremo indossarlo un giorno soltanto. Ma è il giorno in cui i riflettori sono più che mai puntati sul nostro look (anche se non siamo Kate Middleton) e in quel giorno lì ci sarebbe perdonato sbagliare anche nella scelta del marito… ma dell’abito nuziale, amiche mie, proprio no ;)
Un vestito da sposa è l’armatura di una donna per difendersi, almeno per un giorno, dalla realtà e abbandonarsi a quel ‘tempo senza ore’ del sogno. Con un abito da sposa che diventa simbolo di un evento irripetibile, si possono persino giustificare quella vanità e quel sano egocentrismo principesco che spesso ci sforziamo a tenere a bada per non sembrare isteriche e frivole civette…
L’abito nuziale, più di tutti gli abiti che compongono l’intero guardaroba di una donna, è lo specchio della personalità femminile: quel giorno lì, quando gli occhi di vipere, amiche e zitelle si schiantano senza pudore sulla sposa, la donna che avanza lentamente all’altare non vuole semplicemente essere ciò che è, ma anche e soprattutto ciò che ha sempre voluto essere.
L’abito  così diventa strumento di un rito di demistificazione, la possibilità di scegliersi un momento di piacere estetico per celebrare la purezza di un sentimento.



Il percorso che porta una promessa sposa a scegliere ed acquistare il proprio vestito non può essere spiegato semplicemente come uno speciale momento di shopping: le voci del popolo femminile già convolato a nozze racconta che quando una donna indossa l’abito giusto (per lei), sente dentro un fremito inspiegabile che immobilizza tutti gli arti, ma che scioglie il cuore in un pianto delicatissimo.
È come se la femminilità schiudesse i suoi petali rivelandosi in uno splendore commovente che sfugge dai meccanismi della seduzione  per celebrare una bellezza autentica, improvvisamente ritrovata, anche se non è 
mai stata né posseduta nè perduta.


L’abito nuziale, amiche mie, è una fiaba di stoffa che nelle sue pieghe, nelle sue cuciture, nelle sue eventuali applicazioni racconta una storia, ordinaria o stra-ordinaria che sia: la storia di un amore di coppia e di un percorso personalissimo che si dimena tra emozioni, paure, tentennamenti, decisioni, responsabilità e speranze.  Dietro ogni abito c’è un microcosmo da esplorare: una donna si denuda, vestendosi e confessa le sue attitudini e le sue speranze che non sempre ha avuto il coraggio di confessare.



lunedì 24 ottobre 2011

Attraverso lo specchio: Narcisismo, Erotismo, Fragilità.


Ci guardiamo allo specchio continuamente. Quando ci sciacquiamo il viso disfatto dal sonno, quando ci trucchiamo e vestiamo, quando ripetiamo la lezione del giorno dopo, quando ci carichiamo per un discorso d'amore o di odio, quando guardiamo noi stesse e un paio di scarpe nella vetrina di un negozio...
Eh sì, lo specchio è sempre associato ad un'attenzione verso la parte più caduca di noi stessi,ovvero il corpo e per questo diviene simbolo di vanità e lussuria. E' l'inganno dei sensi, il desiderio di contemplare la propria immagine, compiacendosi o di rifiutarla, intristendoci.
Eppure..quante poche volte in realtà ci specchiamo?
Quante poche volte lasciamo che la nostra immagine riposi aldilà di quel vetro per avere il tempo necessario di riflettersi e riflettere un istante del nostro cuore? Ieri sera mi è capitato di specchiarmi: ho tolto gli occhiali, sciolto i capelli e, chissà perchè, sganciato la mia collana con il ciondolo della Tour Eiffel. In quel momento mi son rivista diversa dall'ultima volta in cui l'ho fatto. Ed ho pensato alle mie cose che, per vostra fortuna, non starò qui ad elencarvi ;-)
Conoscere il proprio corpo e le sue smorfie, le sue espressioni, è un po' come prenderne possesso, sentire di appartenere ad esso anche con la nostra intimità...

                                               

Spesso mi chiedo come miliardi di esseri umani nell'antichità abbiano vissuto senza vedere la propria immagine, se non specchiandosi nell'acqua di fiumi o laghi (come l'intramontabile mito di Narciso) e in quella contenuta in vasi di terracotta oppure facendo ritrarre la propria effigie in dipinti... Ma quelle erano immagini vaghe e inattendibili, mobili, che non lasciavano spazio ad una visione d'interezza e nitidezza. 

Alcuni specchi sono stati ritrovati in tombe egizie di faraoni, anche se di dimensioni ridotte e per molto tempo questa riproduzione del proprio corpo è romasto un lusso che poteva permettersi solo un ceto sociale abbiente. 
Per fortuna anche la moda dello specchio ha subito un processo di democratizzazione che oggi ha permesso a tutti di restare -chi più, chi meno- vittima di un narcisismo spesso sfacciato, altre volte celato.
Un narcisismo direi quasi erotico, che ci spinge ad assumere pose strane, a volte buffe, davanti ad una lastra di vetro e addirittura ci porta a considerarla quasi una sorta di amante da sedurre o da cui non lasciarci cogliere disfatti o disordinati. 
Io, ad esempio, quando mi specchio, tendo a piegare la testa a destra e ad arricciare le labbra, impostata con la schiena dritta e la pancia trattenuta da un lungo respiro. 


Vogliamo vederci sensuali, voluttuosi, desiderabili , scovando tutti i trucchi o le smorfiette per essere tali. Ognuno di noi osserverà le sue lunghe gambe, i muscoli, il seno, gli occhi, i capelli appena messi in piega, la
 linea dell'abito sul proprio corpo...ognuno di noi sarà pronto ad innamorarsi un po' di se stesso come quel buffo, matto e così apparentemente lontano Narciso. 
Altre volte, però, lo specchio assume una connotazione negativa e così accade che l'immagine proiettata non ci piace, ci crea disagio, imbarazzo, desolazione. E questo sconforto colpisce non solo chi non ha spiccate doti estetiche, ma anche le donne e agli uomini più belli. In questo caso, amici miei, non è il corpo che si rifiuta, ma la nostra fragilità e le nostre paure, il mondo che abbiamo intorno, la terra che calpestiamo. 
Ci vuole coraggio ad attraversare quel vetro, più coraggio di quanto possiamo credere...perchè significa invertire i nostri ruoli nella vita, diventare spettatori di noi stessi anzichè attori, capovolgere i nostri punti di vista, ubriacarci della nostra immagine e sostenerne poi la sbornia. Senza nè aspirina nè caffè.
Così come accadde all'Alice di Lewis Carroll che, sei mesi dopo le sue avventure nel Paese delle Meraviglie, sonnecchiando su una poltrona del suo salotto, voleva sapere a tutti i costi cosa si nascondesse al di là dello specchio fino a quando non riuscì ad oltrepassarlo, dando inizio alle sue inquietanti avventure oniriche.

Eh sì, cari lettori, questa è la scena iniziale del seguito del libro 
di Alice nel Paese delle Meraviglie cui Carroll diede il titolo di Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò. 
Se Alice ci trovò fiori parlanti, animali ibridi ed insistenti personaggi della scacchiera...voi... cosa pensate di trovarci?



venerdì 14 ottobre 2011

Sigaretta da tiffany : goielli o bijoux?

123rf
Roma. Via del Babuino 118. Infilo la mano sinistra nella mia grandissima borsa. Mi cadono ombrello e giornale... il naso si arriccia in uno starnuto. Troppo buffa per questa preziosa via, poco 'composta' davanti a questa vetrina elegantissima. Trovo il mio accendino e accendo una sigaretta. 
Primo sbuffo di fumo davanti alla scritta leggendaria Tiffany & Co.

nelso.i
Tiffany è un nome che riempie la bocca di un sapore di eterno e quasi metafisico glamour. 
Per donne adulte e ragazzine parlare di Tiffany rimanda ad un Sogno, effetto di certo corroborato anche dal tributo al brand della intramontabile e conosciutissima pellicola di 'Colazione da Tiffany', con la stilosa e immortale Audrey Hepburn.

lemarichicche.blogspot.com
E' come se non ci potesse capitare nulla di brutto là dentro, non con quei cortesi signori vestiti così bene, con quel simpatico odore d'argento e di portafogli di coccodrillo: quasi tutte le donne, o almeno quelle più romantiche, condividono questo pensiero di Holly, ruolo interpretato nel film da Audrey.
Il rimando spontaneo, quasi imprescindibile alla pellicola del 1961 di Blake Edwards, tratto dall'omonimo romanzo di Truman Capote, lascia spazio ad una mia considerazione: 

lovepotiondesign.it

C'è una equilibrata convivenza di Gioielli e Bijoux o uno dei due 'va' più dell'altro?

Questa domanda sarebbe apparsa eretica prima dell'800, quando il gioiello aveva la 'missione' e il 'dovere' di spiattellare al mondo il proprio ceto sociale, al dito o al petto degli uomini.

 (Eh sì, i nostri maschietti vanitosi lo sono sempre stati; -)
I gioielli, che si facevano portavoce di questa virile ultrapotenza erano soprattutto il diamante (duro, limpido e brillante) e l'oro che, a differenza del primo era un 'metallo sbiadito e giallastro ma di eguale potere intellettuale poichè sottolineava come la 'mediocrità della sua sostanza contrastasse con l'ampiezza delle sue possibilità'.


foto.libero.it


anelli.it
Ancora oggi l'oro conserva il suo straordinario 'potere' (economico piuttosto che sociale) e il diamante resta quella pietra indistruttibile ed eterna, associata (furbamente) all'auspicata eternità di un sentimento... 
Ma a partire dalla fine dell'800, con l' Art Noveau e poi con l'Art Deco, comincia a salire di quotazione  il Bijoux, ovvero la tanto
 ' declassata' bigiotteria, rispettivamente con ornamenti sinuosi e naturali e con motivi decorativi stilizzati, realizzati con leghe in metallo e nichel. 
Una certa sovrabbondante eccentricità di bijoux che caratterizzò lo star system hollywoodiano degli anni '30, sarà superata nel dopoguerra con una contrastante sobrietà; fino agli  anni 60/70, quando cominciò a diffondersi anche una bigiotteria realizzata con materiali 'poveri' e di scarto come la plastica, con il legno e con metalli sempre meno preziosi... 

pourfemme.it
Il mio amatissimo Barthes affermava che, se il gioiello aveva nell'antichità un carattere teologico e aristocratico, il bijoux ne acquistò, in età moderna, uno laico e democratico, dove la discriminazione non consisteva più nel prezzo, bensì  nel gusto.
Ma quanto è vero! Il bijoux rientra più che mai in quella categoria divenuta fondamentale in un'economia del vestito, ovvero il dettaglio, un 'nonnulla' che però determina il senso di uno stile e sembra esprimere una individuale intelligenza.
(Sarà per questo che ogni qualvolta scendo le scale di casa sentendomi  insufficientemente vivace, guardo le mie dita e non trovo uno dei miei enormi anelli e, affranta da questa variante della 'sindrome di Sansone', costringo il mio corpo ad affrontare il dramma di una 'risalita'...)
Nonostante la sua declamata natura democratica, la nostra  Bigiotteria ha subìto anch'essa una suddivisione per classi: ce n'è una di 'Couture', indirizzata alle mises dell'Alta Moda, una 'di fantasia' da inserire in un look da pret a porter e infine una Bigiotteria di serie per la massa.

corrieredelmezzogiorno.ilcorriere.it
Io, a queste tre categorie, ne aggiungerei altre due: la Bigiotteria del 'fai da te', realizzabile con pochi soldi e molta fantasia e quella del 'ma guarda un po' qui in mezzo cosa c'è...', rintracciabile con poca fretta e molta fortuna in qualche insospettabile cassetto della nonna o in qualche disordinato bazar ambulante;-)
La sigaretta è finita, l'ora della colazione è passata e, poichè di Audrey  Hepburn non ho nulla (se non una stampa a casa), mi allontano dalla vetrina e decido di 'tuffarmi in un gomitolo di'...cianfrusaglie colorate!

E voi, mie care lettrici ( e anche lettori)... preferite il gioiello o il bijoux?